Consiglio di Stato e il reddito nella cittadinanza

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Per l’ipotesi di cui alla legge n. 91/1992, articolo 9, comma 1, lettera f), ossia quella dello straniero che risiede legalmente in Italia da almeno dieci anni.

E’ pacifico che la lunga durata della residenza, prevista dalla norma in esame, sia solo il requisito di base, ossia una condicio sine qua non, che non esonera dall’accertamento di ulteriori condizioni valutabili discrezionalmente, fra le quali l’effettivo e proficuo inserimento del soggetto nella comunità nazionale e l’autosufficienza economica.
Nel caso in esame, si discute dell’autosufficienza economica, dimostrata attraverso il reddito percepito dall’interessato attraverso la sua attività di lavoro autonomo, e dimostrato dalle dichiarazioni annuali dei redditi.
L’appellante sostiene che a questi fini si debba avere riguardo, oltre che al suo reddito personale, a quello complessivo del suo nucleo familiare, vale a dire con gli apporti anche dei figli maggiorenni conviventi.

Egli deduce infatti che sommando i redditi dei figli si ottiene una somma più che sufficiente, alla luce dei criteri di massima seguiti dal Ministero dell’Interno in pratiche analoghe.

La sentenza appellata, sul punto, è motivata come segue:
«La documentazione trasmessa agli uffici e riprodotta nel presente giudizio è relativa al solo anno 2011, tenuto conto che per l’anno 2010 sicuramente la carenza reddituale è dimostrata per tabulas (…) . Seppure parte ricorrente abbia proceduto a depositare documentazione relativa ad una mutata condizione economica del nucleo famigliare per l’anno 2011, tale fatto nuovo, peraltro riferito ad un solo anno, non consente di accogliere le censure dedotte nei confronti del procedimento impugnato in quanto non è confermata documentalmente una costante condizione reddituale dello straniero e del suo nucleo famigliare idonea a provare la sussistenza del requisito inerente al livello minimo di reddito utile per ottenere la concessione della cittadinanza, che comunque costituisce un requisito che deve essere mantenuto in misura costante nel tempo per confermare il richiesto livello di adeguatezza reddituale che consente al richiedente di mantenere adeguatamente e continuativamente sé e la famiglia senza gravare (in negativo) sulla comunità nazionale».
Come si vede, non viene in questione la possibilità di aggiungere al reddito del richiedente quello dei figli conviventi. Tale possibilità è stata senz’altro riconosciuta sia dall’amministrazione procedente, sia dal T.A.R.
Il problema riguarda, invece, la costanza nel tempo della situazione economica dell’interessato. Ed invero, così come è ragionevole chiedere che l’aspirante cittadino disponga di un determinato reddito, è ragionevole altresì chiedere che tale condizione si prospetti come duratura.

E sotto questo profilo, non si può considerare illegittimo che il Ministero dell’Interno abbia stimato insufficiente la dimostrazione data per la sola annata 2011, ossia l’ultimo anno antecedente alla emissione del provvedimento di diniego, che è del luglio 2012.

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Avv. Angelo Massaro
Avvocato esperto in problematiche dell'immigrazione e diritto di cittadinanza